ROMA – Le preoccupazioni di chi teme che i robot possano togliere posti di lavoro potrebbero essere fondate. Secondo uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research del Mit di Boston negli Usa dal 1990 in poi l’automazione ha fatto calare l’occupazione e i salari medi.

Nel loro studio Daron Acemoglu e Pascual Restrepo hanno usato i dati reali per stimare attraverso algoritmi l’impatto dell’uso dei robot nell’industria manifatturiera. La conclusione a cui arrivano i due ricercatori è che per ogni robot introdotto ogni mille lavoratori si perdono fino a sei posti di lavoro, e i salari calano dello 0,75%.

In totale nel periodo considerato sono stati persi 670mila posti di lavoro, solo in parte rimpiazzati, e l’effetto, precisano gli autori dello studio, è stato calcolato escludendo possibili fattori confondenti, come il boom delle importazioni da Cina e Messico o la delocalizzazione delle aziende. “Siamo stati sorpresi di vedere che alla perdita di lavoro nel settore manifatturiero ha corrisposto in realtà un aumento molto piccolo in altri tipi di lavoro – affermano Acemoglu e Restrepo al New York Times -. Questo potrebbe avvenire in futuro, ma per il momento ci sono molte persone che non lavorano, soprattutto ‘colletti blu’ uomini senza una laurea. Se hai lavorato a Detroit per 10 anni non hai la capacità di impiegarti nel settore salute – aggiungono – e il mercato non sta creando da solo dei nuovi lavori per questi lavoratori che fanno le spese del cambiamento”.

L’analisi, sottolineano gli stessi autori, contrasta con le affermazioni del neopresidente Donald Trump e del segretario al Tesoro Steve Mnuchin, che a più riprese hanno puntato il dito sulla delocalizzazione come principale causa della disoccupazione.

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